Concessioni balneari: il coraggio che manca alla politica

Un po’ di anni fa chiesi al professor Antonio Martino quale fosse la qualità imprescindibile di un politico liberale e l’ex ministro degli Esteri e professore di Economia Politica non esitò un istante a rispondere: il coraggio. Il coraggio ha permesso a Churchill di opporsi da solo al nazifascismo già nel 1939 (l’America entrò in guerra solo nel 1941); così come sicuramente di grande coraggio si dovette dotare Margaret Thatcher per imporsi come prima donna a ricoprire la carica di Primo ministro in Gran Bretagna e per mettere in atto, a torto o a ragione, quelle riforme che rivoluzionarono l’economia britannica. Questi gli esempi che mi portò il compianto professore.

In una sua vecchia intervista del 2022 al periodico britannico The Spectator, l’attuale Capo del governo Giorgia Meloni disse di sentirsi più vicina nelle idee proprio a Margaret Thatcher che a Marine Le Pen.

Peccato che anche in merito alla “questione balneari”, quel coraggio di riformare e liberalizzare un sistema ingiusto non si è palesato, anzi.

Ricordiamo che la recentissima sentenza del Consiglio di Stato va a confermare lo stop alle cosiddette proroghe selvagge delle concessioni balneari, come già avevano stabilito una sentenza della Corte di Giustizia Europea dello scorso 20 Aprile 2023 e anche altre decisioni dello stesso CdS, che, ribadendo l’applicazione dell’art. 12 della direttiva 123/2006 (Bolkenstein), dichiaravano illegittima la proroga al 31 dicembre 2024 delle attuali concessioni, stabilita dal decreto “Milleproroghe” dell’attuale Governo, e fissavano nel 31 dicembre 2023 il termine ultimo delle attuali concessioni e quindi l’espletamento di nuove gare.

Questo articolo 12 della direttiva europea sui servizi prevede obbligatorie procedure di selezioni, senza rinnovo automatico, trasparenti e imparziali per concedere autorizzazioni di disponibilità di risorse naturali scarse. Il concetto di scarsità è cruciale in questa storia e ci torneremo.

Il pessimo rapporto dei nostri governi (tutti da destra a sinistra) con “la Bolkenstein” ha origini ormai storiche. È dal 2008, quando arrivò la prima lettera di messa in mora (apertura della procedura d’infrazione) da parte della Commissione Europea, che l’Italia combatte per disapplicare questa direttiva e far rimanere le cose così come sono.

In Italia le concessioni, prima dell’avvento della direttiva, erano regolate dal Codice della Navigazione del 1942, modificato nel 1992 introducendo quello che fu chiamato “diritto di insistenza”, origine di tutte le problematiche con l’UE che ci portiamo dietro fino ad oggi.

Questo diritto prevedeva che le concessioni si rinnovassero in automatico ogni 6 anni e che i titolari di concessioni dovessero essere sempre preferiti a nuovi pretendenti, a meno che non fossero loro a rinunciare al diritto. Questa modifica del Codice fece nascere nel nostro Paese una vera e propria “corporazione dei balneari”, con le proprie potenti associazioni di categoria e, non di rado, i propri rappresentanti in Parlamento. Da segnalare inoltre che un adeguamento dei canoni di concessione nell’arco degli ultimi anni non c’è mai stato, a fronte di forti rincari operati dal settore a danno dei contribuenti. Lo Stato ad oggi incassa circa 103 milioni di euro (200 euro al mese in media per concessione), il fatturato del settore è invece stimato tra i 15 e i 30 miliardi.

Il diritto di insistenza fu soppresso nel 2010 proprio per porre fine a quella procedura d’infrazione del 2008, tuttavia, come nostro malgrado capita spesso in Italia, fu disposto nel medesimo testo la proroga delle concessioni tramite legge. È da qui che inizia una vera e propria battaglia, con l’Italia che proroga le concessioni, prima nel 2012, poi di nuovo nel 2018 addirittura fino al 2034, e la Commissione europea che non tarda ad aprire nuove procedure d’infrazione, l’ultima nel 2020.

In risposta a quest’ultima il governo Draghi aveva deciso di agire con la legge 118/2022 che fissava al 31 dicembre 2023 il termine ultimo delle concessioni e disponeva la mappatura di tutte le concessioni demaniali.

Proprio questa mappatura sembra essere l’asso nella manica dell’attuale governo per disattendere ancora una volta quanto previsto dalle sentenze di Palazzo Spada e quindi la tanto odiata Bolkenstein.

Stando ai tecnici del Governo le spiagge non posso essere considerate un bene scarso, in quanto in Italia vi è un 67% di costa libera e solo un 33% soggetto a concessione, pertanto la direttiva potrebbe essere applicata solo alla prima percentuale, restando immutata la situazione degli attuali concessionari. Questa tesi ad oggi non sembra avere molte possibilità di essere accolta dalla Commisione europea, tanto per le modalità di raccolta e valutazione di questi dati, quanto per i precedenti giurisprudenziali con altri Stati membri. Ricordiamo che ad oggi solo Italia, Spagna e Portogallo hanno avuto difficoltà nel recepire la direttiva, mentre altrove la Bolkensteinn viene applicata senza problemi.

La speranza è che il coraggio “thatcheriano” della Meloni e del suo Governo per una volta venga fuori, e regolarizzi finalmente questo sistema ingiusto, anche perché le nostre spiagge non sono solo un bene scarso, ma dovrebbero essere soprattutto beni demaniali pubblici a servizio della collettività e inalienabili a terzi. In virtù di questo, utilizzando le parole del Consiglio di Stato, risulta incomprensibile che “questo settore, così nevralgico per l’economia del Paese, possa essere tenuto al riparo dalle regole delle concorrenza e dell’evidenza pubblica, sottraendo al mercato e alla libera competizione economica risorse naturali in grado di occasionare profitti ragguardevoli in capo ai singoli operatori economici”.

 

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