Una Piazza del Popolo colma di bandiere europee è sicuramente un messaggio potente in un momento tanto complesso. Vedere migliaia di persone mobilitarsi per difendere i valori democratici, per dichiararsi dalla parte della libertà e rispondere a un appello politico, in un’epoca in cui la politica sembra non rappresentare né valori né persone, è qualcosa da salvaguardare e ammirare.
Poi ci sono state le parole dal palco: richiami storici, buone intenzioni, ma anche demagogia e ipocrisia.
In tutti gli interventi è risuonata forte la ricerca dell’unità e dei valori comuni che dovrebbero accomunare tutti, al di là dei partiti e delle visioni personali. Tuttavia, è stato un peccato non vedere rappresentanti del governo, che oggi incarnano la volontà di una parte consistente dell’elettorato. Dovrebbero essere europei anche loro.
Un’assenza che potrebbe sembrare un’occasione mancata per il dialogo, ma che diventa comprensibile se si considera come quegli stessi rappresentanti e i loro elettori siano stati trattati dai formidabili oratori che si sono avvicendati sul palco. Bastava una preposizione avversativa e già partiva la caccia al “fascista”, al “negazionista”, a chi si pone fuori dal perimetro democratico.
Uno dei maestri in questa retorica, Antonio Scurati, ha parlato di cosa significhi essere europei: “Non siamo gente che invade paesi confinanti, non siamo gente che rade al suolo le città, non massacriamo e torturiamo civili con gusto sadico, non deportiamo bambini per usarli come riscatto. Lo abbiamo fatto, fino a 80 anni fa, ma proprio per questo abbiamo smesso…”. Parole belle e potenti, che troverebbero plauso anche tra gli elettori della Meloni, ma guai a farlo sapere in giro che abbiamo smesso di fare certe cose: “Il Figlio del secolo” non si vende da solo.
Corrado Formigli ha poi tenuto un discorso sulla democrazia, sottolineando che essa non si esaurisce nel momento del voto, ma ha altri requisiti, tra cui l’indipendenza dell’informazione e del giornalismo: “Deve essere più Jeremy Paxman e meno Zuckerberg, Bezos e Musk”. Un concetto interessante, peccato che sia stato pronunciato davanti alle telecamere del gruppo Gedi, di proprietà di John Elkann, recentemente entrato nel cda di Meta. Tra l’altro, qualche giorno prima, il presentatore di “Piazza Pulita” aveva invitato il Presidente del Consiglio a unirsi alla manifestazione. Ma difficile accettare un invito da chi, nei suoi editoriali, la dipinge come un pericolo per la libertà di stampa.
E poi c’è Corrado Augias: “Questa piazza è una nuova Ventotene”. Per il bene dell’Europa e di tutti noi, speriamo di no.
Il Manifesto di Ventotene, tornato in auge, proponeva un’Europa federale sovranazionale, ispirata a un modello socialista e dirigista, con forte interventismo economico e limitazione della proprietà privata. Si condannava il libero mercato, promuovendo nazionalizzazioni su vasta scala, controllo dei prezzi e reddito minimo imposto dallo Stato. Un’impostazione ideologica anti-nazionale e mondialista, che mirava a superare confini e differenze culturali. Inoltre, il testo mostrava tratti oligarchici e tecnocratici, con una “minoranza rivoluzionaria” incaricata di guidare l’integrazione, relegando la democrazia a un ruolo secondario e indefinito. La sua visione sembrava più vicina a un sistema socialista centralizzato che a un’Europa pluralista.
Questa mentalità ha guidato il continente fino a oggi, portandolo a compiere scelte politiche ed economiche disastrose, che hanno allontanato una larga fetta di cittadini dalle istituzioni europee. L’idea che le rivoluzioni e i cambiamenti sociali si possano imporre per legge, tipica della mentalità socialista, ha dato vita a politiche impopolari che hanno peggiorato la vita quotidiana dei cittadini, fornendo una clava elettorale ai partiti anti-europeisti.
Michele Serra, nel suo intervento, ha detto: “Questa bandiera ha sventolato poco, dalle nostre parti. È appesa negli uffici e davanti ai palazzi, fin qui è stata un simbolo freddo, che non scalda i cuori. Se ci è venuto in mente di portarla in piazza è perché vogliamo sentirci europei non per trattato, non per un vincolo burocratico. Ma perché crediamo sul serio, ostinatamente, perfino a dispetto della realtà, alla libertà e alla pace, che sono le due madri della costruzione europea”.
Sentirsi europei non per un vincolo burocratico: questo è il cuore della questione. Ma per ottenere un’Europa davvero sentita come casa comune, occorrerebbe abbandonare l’arroganza di chi si considera il solo detentore della democrazia. Finché chi è critico viene etichettato come antidemocratico, e le alternative vengono demonizzate invece che discusse, il sogno europeo rischia di restare quello che Serra stesso descrive: un simbolo freddo, incapace di scaldare i cuori.






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