“Le decisioni della Corte di Cassazione, così come quelle degli altri giudici, possono essere oggetto di critica. Ciò che invece è inaccettabile sono gli insulti che mettono in discussione la divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato di diritto”.
Queste le parole di Margherita Cassano, prima presidente della Corte di Cassazione, in risposta alle critiche del Governo dopo la sentenza sul caso “Diciotti”, che condanna lo Stato italiano a risarcire un cittadino eritreo, Kefela Mulugeta Gebru. L’uomo era a bordo della nave rimasta bloccata per giorni nel porto di Catania per volontà dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nel governo gialloverde.
La separazione dei poteri, cui fa riferimento la giudice, è certamente uno dei pilastri delle moderne democrazie occidentali ma, come molti altri principi e valori, oggi appare in crisi.
La moderna teoria della separazione dei poteri è tradizionalmente associata a Montesquieu. Nel suo capolavoro Lo Spirito delle leggi, il filosofo francese afferma:
“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere, occorre che […] il potere arresti il potere”.
Questo principio, nato per evitare la concentrazione del potere in un’unica istituzione, sembra oggi vacillare in Italia. Il potere esecutivo e quello giudiziario sembrano infatti sfidarsi in una continua contrapposizione, infliggendosi colpi bassi. Il tutto avviene nel silenzio imbarazzato e impotente del potere legislativo, l’unico dei tre a possedere un mandato popolare diretto.
Nel caso Diciotti, la Suprema Corte, riformando la decisione della Corte d’Appello, ha stabilito che il provvedimento adottato dall’allora ministro Salvini non fosse un atto di natura politica, ma meramente amministrativo. Di conseguenza, tale atto può essere sottoposto al vaglio giudiziario.
Stabilire con precisione dove si collochi il confine tra un atto politico e uno amministrativo è questione complessa anche per gli esperti di diritto. Tuttavia, riconoscere un risarcimento per lesione della libertà personale con responsabilità civile dello Stato, senza neppure richiedere una prova del danno subito, appare un’enorme forzatura giurisprudenziale. Basti pensare che la stessa nave “Diciotti”, che ha tratto in salvo i migranti, è un’unità dello Stato italiano, appartenente alla Guardia Costiera. È paradossale che venga prima considerata uno strumento di salvataggio e poi un luogo di prigionia che viola la libertà personale. Inoltre, si apre un pericoloso precedente per le casse dello Stato, che potrebbe spingere molte altre persone coinvolte in quella circostanza a presentare ricorsi analoghi.
Parallelamente a questa interpretazione giurisprudenziale, un’altra novità recente nel campo del diritto è il nuovo disegno di legge sul femminicidio. Qui emerge un’altra distorsione della separazione dei poteri, questa volta a vantaggio dell’esecutivo, che utilizza il diritto penale come strumento simbolico per assecondare il sentimento popolare.
L’introduzione dell’ergastolo per chi uccide una donna in quanto tale non rappresenta una reale svolta giuridica, poiché i responsabili di questi crimini vengono già spesso oggi condannati alla pena massima. Basti pensare ai recenti casi Turetta e Impagnatiello. La scelta di enfatizzare l’inasprimento delle pene, annunciata alla vigilia dell’8 marzo, sembra più dettata da esigenze comunicative che dalla volontà di affrontare le radici culturali del problema. Una mossa in stile Checco Zalone, che ha lanciato il suo nuovo brano sul patriarcato proprio in occasione della Festa della Donna.
Ma questa strategia non è nuova per il Governo: basti ricordare il Consiglio dei Ministri a Cutro con l’inasprimento delle pene per gli scafisti dopo la strage di migranti, la legge anti-rave party dopo i fatti di Modena, il decreto Caivano contro la criminalità giovanile, fino al recente disegno di legge sulla beneficenza, nato dopo il caso Ferragni. Gli esperti parlano di “emotività legislativa”, ma più semplicemente si potrebbe dire che l’esecutivo insegue la cronaca, sia essa nera o rosa, e lascia che sia questa a dettare la sua agenda politica.
Insomma la politica, incapace di proporre soluzioni strutturali, si rifugia nel giustizialismo sterile, alimentando aspettative irrealistiche e aumentando, quando quest’ultime poi vengono disattese, la sfiducia nelle istituzioni.
Il risultato di questa separazione disfunzionale dei poteri è il progressivo svuotamento del potere legislativo, che, pur essendo l’espressione della volontà popolare, appare sempre più marginalizzato. Le leggi oggi assumono sempre più spesso la forma di decreti governativi, con un Parlamento ridotto a spettatore passivo.
Da un lato, la magistratura estende il proprio raggio d’azione fino a influenzare le decisioni politiche; dall’altro, l’esecutivo si appropria della funzione legislativa per legittimare il proprio operato agli occhi dell’opinione pubblica. Il Parlamento, fulcro della democrazia rappresentativa, rischia così di diventare un attore secondario, privo della capacità di incidere sulla realtà del Paese. Questa deriva si traduce in una crescente disaffezione dei cittadini, sempre più distanti sia dalla politica che dalla magistratura, percepite come autoreferenziali e scollegate dalle reali esigenze della società.
È fondamentale ristabilire un equilibrio tra i poteri dello Stato. Come diceva Montesquieu, “il potere deve fermare il potere”, ma ciò sarà possibile solo quando la politica, quella vera parlamentare, riacquisterà il proprio prestigio e la propria centralità. Solo allora nessun giudice metterà in discussione un atto politico e nessun esecutivo detterà l’agenda in base alle emozioni del momento.






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