Produttività in picchiata: l’economia non si salva con i piani e le regole

Per troppo tempo si è creduto che il PIL fosse un indicatore obsoleto, incapace di riflettere le dinamiche moderne dell’economia. Economisti e politici hanno spesso proposto alternative fantasiose: dal BES (Benessere Equo e Sostenibile), che avrebbe dovuto misurare il progresso in termini di qualità della vita, all’adozione di parametri ambientali e sociali come principali indicatori economici. Alcuni arrivavano persino a sostenere che la “felicità nazionale lorda” fosse un criterio più adeguato per valutare la crescita di un Paese. Un errore colossale, che oggi paghiamo a caro prezzo: l’Italia è immersa in una crisi produttiva senza precedenti, mentre l’Europa risponde con soluzioni sbagliate che rischiano di affossare definitivamente il settore industriale.

Il 2024 è stato un anno nero per la produzione industriale italiana. Gli ultimi dati ISTAT fotografano una realtà drammatica: a dicembre si registra un crollo del 7,1% su base annua, il peggior risultato dai tempi del Covid e il ventitreesimo mese consecutivo di calo. Complessivamente, la produzione ha subito una contrazione media del 3,5%, accumulando una perdita di 42 miliardi di euro. Il settore automotive è in ginocchio, con una produzione quasi dimezzata (-43%), mentre moda, metallurgia e macchinari segnano cali a doppia cifra. Come se non bastasse, l’utilizzo della capacità produttiva è sceso sotto il 75%, un livello che non si vedeva dai tempi della pandemia. L’export, da sempre motore dell’economia italiana, ha subito una contrazione di 3,6 miliardi, penalizzato anche dalla crisi della Germania, nostro principale partner commerciale, che chiude il 2024 con una produzione industriale in calo del 4,5%.

Negli ultimi giorni, si è verificato un altro paradosso: persino STMicroelectronics, colosso europeo dei semiconduttori, controllato per metà dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e per l’altra metà dalla banca pubblica francese BPI (quindi con capitale pubblico), ha registrato un crollo del 23% nei ricavi del 2024 e del 63% nei profitti. Il risultato? La necessità di attivare la cassa integrazione per migliaia di dipendenti nello stabilimento di Catania. Il tutto in un momento storico in cui il mondo intero si contende la produzione di microchip, al punto che si paventa persino un conflitto tra Cina e Stati Uniti per il controllo di Taiwan, patria dei semiconduttori.

Di fronte a questa situazione, l’Europa risponde con la solita ricetta: pianificare, regolamentare, imbrigliare. L’ultimo grande annuncio di Ursula von der Leyen, durante l’AI Summit di Parigi, è il piano “InvestAI” della Commissione Europea, che prevede 200 miliardi di euro destinati a quattro gigafactory per l’Intelligenza Artificiale. Un’iniziativa che potrebbe sembrare ambiziosa, ma che nasce con un problema di fondo: mentre Stati Uniti e Cina avanzano a grandi passi nello sviluppo dell’IA, l’Europa, incredibilmente, ha già una legge che ne regolamenta l’uso prima ancora di averla sviluppata. In altre parole, sappiamo come e quando utilizzarla, ma non abbiamo idea di quando e come saremo in grado di elaborarla senza dover importare la tecnologia. Inoltre, i numeri sbandierati dall’UE sono irrisori rispetto agli investimenti di USA e Cina: molti dei 200 miliardi annunciati sono in realtà fondi privati o semplici riallocazioni di risorse, mentre gli Stati Uniti hanno stanziato ben 500 miliardi con un piano decisamente più concreto, avvantaggiati dalla presenza in casa propria delle aziende leader del settore. Non a caso, sia gli Stati Uniti che il Regno Unito hanno deciso di non firmare la dichiarazione finale del recente AI Summit, opponendosi all’idea di imbrigliare il settore con regolamentazioni rigide, governance opache e, soprattutto, alla collaborazione con regimi autoritari come la Cina su questioni di sicurezza nazionale.

Questo approccio iperregolamentato non è una novità: già con il Green Deal, l’UE ha creato una cornice normativa che ha finito per rallentare l’industria invece di rilanciarla. L’eccesso di regolamentazione in ambito ambientale ha aumentato i costi di compliance per le imprese, senza fornire reali vantaggi. Le norme sulla due diligence, il GDPR e le direttive sulla sostenibilità hanno imposto obblighi onerosi che gravano soprattutto sulle piccole e medie imprese, rendendole meno competitive rispetto ai concorrenti americani e cinesi.

Se vogliamo salvare la nostra economia, la soluzione non è una regolamentazione ossessiva, ma esattamente il contrario: lasciare maggiore libertà agli imprenditori, favorire l’innovazione senza vincoli e ridurre la burocrazia che soffoca ogni iniziativa privata. In un momento in cui il mondo si chiude con nuovi dazi e protezionismi, l’Europa non può permettersi di essere il continente che limita e controlla, ma deve diventare quello che libera e detassa, incentivando la crescita. Solo così il sistema produttivo potrà ripartire, riportando l’intera economia europea sulla strada giusta.

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