Il recente annuncio dell’OPA (Offerta Pubblica di Acquisto) di Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca rappresenta una svolta cruciale nel panorama del “Risiko bancario” italiano. L’operazione, del valore complessivo di 13,3 miliardi di euro, punta a creare un polo bancario capace di competere su scala europea, affrontando al contempo questioni strategiche di rilievo sia nazionali che internazionali.
La fusione porterebbe alla nascita di un colosso con una capitalizzazione di oltre 20 miliardi di euro, oltre 6 milioni di clienti e un patrimonio gestito superiore ai 100 miliardi di euro. Le sinergie previste sono stimate in circa 800 milioni di euro annui entro il 2027.
Il governo italiano, tramite il Tesoro che detiene ancora partecipazioni in MPS, svolge un ruolo chiave. L’obiettivo è consolidare un grande player finanziario nazionale, in grado di salvaguardare l’influenza su asset strategici come Generali e il risparmio nazionale. Mediobanca, infatti, detiene il 13% di Generali, che gestisce un patrimonio superiore a 850 miliardi di euro.
Inoltre, la fusione rafforzerebbe la posizione dei gruppi Caltagirone-Del Vecchio, aumentando il loro peso decisionale su Generali, dove già detengono il 16,9% delle azioni. In questo contesto, il controllo italiano su Generali appare come uno degli obiettivi principali del governo, soprattutto considerando il debito pubblico italiano, ormai sopra i 3000 miliardi di euro (140% del PIL). L’esecutivo punta ad evitare che influenze straniere possano compromettere la gestione dei risparmi e la stabilità economica nazionale.
A tal proposito l’accordo tra Generali e Natixis, che prevede una partnership per la gestione di 100 miliardi di euro di asset, ha suscitato preoccupazioni. Sebbene sia stato ribadito che la governance degli investimenti resterà invariata, il coinvolgimento di Natixis – legata alla francese BPCE – alimenta timori di una crescente “francesizzazione” del risparmio italiano. Questo aspetto assume ulteriore rilevanza alla luce della progressiva riduzione dell’esposizione di Generali sui titoli di Stato italiani, già scesa dal 37% al 27% del portafoglio negli ultimi dieci anni. La diminuzione dei 37 miliardi di BTP detenuti dal gruppo potrebbe creare difficoltà per il Tesoro.
La paura dell’esecutivo italiano, in soldoni, è che un nuovo e più importante soggetto finanziario, allargando la propria visione di investimento, raccolga i risparmi italiani per poi investirli non più in titoli di Stato italiani, ma magari in titoli stranieri o altri strumenti finanziari.
Anche la crescente presenza di gruppi francesi come Crédit Agricole, che ha recentemente aumentato la propria partecipazione in Banco BPM al 15%, rappresenta un elemento di rischio. Banco BPM, con un attivo di oltre 190 miliardi di euro e una rete di oltre 1.400 filiali, è un obiettivo strategico per molti operatori. Crédit Agricole potrebbe puntare a un controllo più diretto, mentre il governo italiano è deciso a mantenere la banca sotto controllo nazionale, anche ricorrendo al Golden Power o al coinvolgimento della Consob. Nel frattempo, Unicredit ha manifestato interesse con una proposta ostile su Banco BPM.
Se l’OPA di MPS su Mediobanca dovesse concretizzarsi, si creerebbe un player bancario in grado di competere con i principali gruppi europei come BNP Paribas e Deutsche Bank, rafforzando la posizione dell’Italia nel contesto finanziario internazionale. Tuttavia, l’esito di questa partita dipenderà dalla capacità del governo e dei principali stakeholder di bilanciare ambizioni di crescita con la tutela degli interessi strategici nazionali.
Martedì, il consiglio di amministrazione di Mediobanca si riunirà per valutare l’offerta, considerata ostile dall’istituto milanese. Una decisione cruciale arriverà il 17 aprile, quando l’assemblea di MPS voterà sull’aumento di capitale necessario per l’operazione. Intanto, l’AD di Mediobanca, Alberto Nagel, avrà tre mesi per definire una strategia difensiva.







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