Assange, i marò e il rumore che distoglie dalla verità

In queste ore, l’arresto di Cecilia Sala in Iran ha suscitato un acceso dibattito, che in alcuni casi sembra deviare dal piano della logica per approdare su quello della polemica ideologica. La giornalista italiana, nota per i suoi reportage incisivi in territori difficili, è entrata nel Paese con un permesso giornalistico ufficiale, rilasciato dagli stessi organi iraniani, dichiarando in anticipo i suoi interlocutori e il tema dei suoi lavori. Nonostante ciò, è stata fermata senza alcuna accusa formale. Un atto che assomiglia più a un sequestro che a un normale fermo per presunta violazione di una norma.

Una possibile spiegazione per questa detenzione arbitraria potrebbe essere una mossa di ritorsione da parte dell’Iran, legata all’arresto, avvenuto pochi giorni fa all’aeroporto di Malpensa, di Mohammad Abedini-Najafabadi. L’ingegnere svizzero-persiano è accusato di aver fornito droni e tecnologie ai “Guardiani della rivoluzione” iraniani, strumenti che sarebbero stati impiegati, tra l’altro, in un attentato in Giordania costato la vita a tre soldati americani. Gli Stati Uniti hanno richiesto l’estradizione, ma la decisione è ora nelle mani della Corte d’Appello italiana e del Ministero della Giustizia. È possibile che il regime di Teheran stia cercando di esercitare pressione tramite la detenzione della giornalista, un metodo tristemente già visto in passato.

Nonostante il quadro internazionale e la gravità del caso, una parte del dibattito italiano si è arenata in un terreno ben poco utile, tirando in ballo paragoni che non c’entrano nulla e che mirano solo a turbare l’opinione pubblica. Il Fatto ha provato a evidenziare il doppiopesismo de Il Foglio, dove scrive la Sala, o di altri media filoccidentali, che non si sono indignati a suo tempo per Julian Assange; il Giornale ha intervistato il marò Latorre, ripescando dei vecchi tweet della Sala, dubbiosa nei confronti della loro estradizione dall’India.

Paragonare Cecilia Sala a Julian Assange è, a dir poco, una forzatura. Assange, fondatore di WikiLeaks, non è un semplice giornalista: è una figura controversa, accusata di reati gravi come hacking e spionaggio, con legami opachi e interessi che andavano ben oltre la libera informazione. Wikileaks, nel migliore dei casi, ha trafugato informazioni riservate – un reato in quasi tutti gli Stati del mondo; nel peggiore, ha diffuso informazioni ottenute da fonti legate all’intelligence russa, con l’obiettivo di destabilizzare i governi occidentali. La sua collaborazione con Russia Today è un esempio lampante di rapporti che nulla hanno a che vedere con il giornalismo imparziale. Eppure, in questi giorni, persino Diego Fusaro ha tirato in ballo Assange per denunciare l’“incoerenza” degli organi di informazione occidentali, accusati di non aver abbastanza solidarizzato con lui. Fusaro dimentica, però, che molti giornalisti occidentali si sono battuti per la sua liberazione, pur non legittimandone di certo l’operato.

Ancora più assurdo è il paragone con i marò italiani, accusati di aver ucciso due pescatori indiani. Per quanto le circostanze fossero controverse, c’era un’accusa specifica e un fatto gravissimo da chiarire. Cecilia Sala, invece, è stata arrestata senza alcuna imputazione, mentre svolgeva un’attività trasparente, autorizzata in anticipo dalle stesse autorità iraniane.

Invece di affrontare il caso con lucidità, parte del dibattito italiano ha preferito concentrarsi su vecchie battaglie ideologiche. Da una parte, c’è chi utilizza il caso per denunciare una presunta ipocrisia filo-occidentale; dall’altra, c’è chi tira fuori episodi passati e non pertinenti con l’unico scopo di spaccare, come sempre, il Paese.

Questo caso, invece, offre una preziosa opportunità per riflettere sull’importanza della libertà di stampa e della difesa dei valori democratici. In un contesto internazionale dove regimi autoritari calpestano i diritti fondamentali, l’Italia deve fare fronte comune per garantire la libertà di informazione, sostenendo chi rischia in prima persona per raccontare la verità. È anche il momento di riscoprire il valore di un’informazione libera e credibile, indipendentemente dall’orientamento politico del giornalista. La vicenda di Cecilia Sala non è solo una questione diplomatica: è un’occasione per ricordare che, senza fiducia nell’informazione libera, i valori stessi della nostra democrazia rischiano di indebolirsi.

Cecilia Sala non è Assange e ne tantomeno i marò. È una giornalista che, nel rispetto delle regole del Paese in cui si trovava, è stata arbitrariamente privata della libertà. Il resto è rumore.

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