La realpolitik è una dottrina antica, spesso fraintesa. Il suo fondamento è il calcolo razionale degli interessi, ma anch’essa ha un suo corollario e sicuramente non prevede mai l’umiliazione della controparte.
Otto von Bismarck, il grande tessitore dell’unità tedesca, capì che la diplomazia non doveva distruggere l’avversario, ma ricondurlo a un equilibrio vantaggioso. Dopo aver sconfitto l’Austria nella guerra del 1866, avrebbe potuto annientarla. Invece, scelse di lasciarla come possibile alleata futura. Un secolo dopo, Winston Churchill affrontò la minaccia nazista con inflessibilità, ma mai con la cecità dell’umiliazione. Anche dopo la guerra, di fronte a un’Europa divisa, scelse la via del realismo: nel discorso di Zurigo del 1946, anziché caldeggiare una vendetta sui vinti, invocò la nascita di un’Europa unita, includendo persino una Germania ancora ferita. “Nella vittoria magnanimità e nella sconfitta resistenza” era il suo pensiero, espresso già anni prima della fine del conflitto.
Quanto accaduto qualche giorno fa nello Studio Ovale della Casa Bianca non ha nulla a che fare con la magnanimità e con la lungimiranza, ma il problema ancora più grande è che non c’entra nulla nemmeno con la tanto agognata realpolitik. J.D. Vance che chiede il “grazie” in mondovisione, l’ennesimo tra l’altro, al primo ministro del Paese invaso, che deve scegliere tra una resa non negoziata in prima persona in cambio delle poche risorse a disposizione, o una resa sostanzialmente incondizionata all’invasore, è il punto più basso mai raggiunto nella storia della diplomazia, la stessa invocata proprio da Vance per camuffare i veri intenti che si celano dietro questi accordi.
Trump, uomo d’affari prima che uomo di Stato, ha reso evidente la sua visione: la pace non è un principio, ma una transazione. La sua disponibilità a negoziare con Vladimir Putin non è il segno di una diplomazia raffinata, ma il preludio a un compromesso imposto. Il recente voto all’ONU sulla questione ucraina ha ulteriormente consolidato questa tendenza: il rifiuto degli Stati Uniti di sostenere pienamente Kiev, con una posizione sempre più ambigua, li ha portati a votare insieme a Paesi come Bielorussia, Mali, Nicaragua, Corea del Nord e Venezuela.
Un’America che un tempo guidava la difesa dei valori occidentali ora si trova in una posizione sempre più distante dagli stessi principi che l’hanno resa una superpotenza, prima ancora che militare. La nuova dottrina americana sembra ridurre tutto a affari, terre rare e negoziati con Mosca, senza più alcuna dimensione valoriale, apparente e non.
Ma se a Washington soffiano venti di ritiro, a Londra si è accesa una fiammella di speranza. Keir Starmer, primo ministro britannico, ha accolto Zelensky con un calore e una determinazione che sono mancati dall’altra parte dell’Atlantico. Abbracci, sorrisi, il ripetuto “very, very welcome”. Il Regno Unito ha annunciato un prestito da 2,26 miliardi di sterline all’Ucraina, un impegno concreto che servirà a produrre armi direttamente sul suolo ucraino. Un segnale chiaro: nonostante l’incertezza americana, qualcuno è ancora disposto a combattere per la difesa dell’Occidente.
Il vertice di Londra ha visto riunirsi Francia, Germania, Italia, Danimarca, Olanda, Norvegia, Polonia, Spagna, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca, Romania, Turchia e Canada, accanto al Regno Unito e all’Ucraina. Un formato inedito, mai sperimentato prima, che dimostra quantomeno la consapevolezza. Certo, senza il sostegno americano, la strada sarà in salita, e la promessa di “garanzie di sicurezza” resta fragile senza l’appoggio di Washington. Ma il messaggio è chiaro: se l’America si sfila, i Paesi del blocco occidentale dovranno imparare a camminare da soli, gli europei in primis.
Questa crisi potrebbe segnare la fine dell’Occidente come lo conosciamo, oppure l’inizio di un’Europa più forte, più autonoma, più determinata. Se Trump vuole negoziare con Putin, se l’America decide di concentrarsi su altri interessi, allora i Paesi europei devono cogliere l’occasione per rivitalizzarsi, per smettere di essere spettatori e diventare protagonisti del proprio destino. L’umiliazione di Zelensky alla Casa Bianca non è stata solo un’offesa personale, ma un simbolo di un ordine che si sgretola. Tuttavia, il calore di Londra, gli impegni concreti e la determinazione di chi sa che senza l’unità europea l’Occidente rischia il declino, lasciano spazio alla speranza. Non deve essere una fine, ma l’inizio di qualcosa di nuovo.






Lascia un commento