Come diceva Gianni Agnelli: “L’Italia digerisce tutto, la sua forza sta nella mollezza degli apparati, nella pieghevolezza degli uomini politici, nelle capacità di adattamento degli italiani”. Ed è proprio grazie alla flessibilità della politica e degli apparati statali che, da anni, la famiglia Agnelli/Elkann riesce a perseguire i propri obiettivi, simulando un impegno nazionale mentre riduce i posti di lavoro e non rinuncia a qualche milioncino sotto forma di aiuti di Stato.
Dal recente intervento di John Elkann nella Sala Mappamondo di Montecitorio, davanti alle Commissioni Attività produttive della Camera e Industria del Senato, emerge un dato incontrovertibile: il ministro Adolfo Urso ha fornito informazioni non corrispondenti alla realtà.
Lo scorso dicembre, Urso aveva rassicurato tutti sul piano produttivo di Stellantis in Italia, parlando di un “rilancio del settore auto”, garantendo che “tutti gli stabilimenti italiani rimarranno attivi e già dal 2026 la capacità produttiva crescerà grazie ai nuovi modelli”. Un piano già battezzato con lo stanziamento di oltre un miliardo di euro di aiuti per l’intero settore.
Peccato che dalle parole dell’AD ad interim di Stellantis sia emerso che non esiste alcun vincolo sui volumi produttivi e che, almeno per ora, la gigafactory promessa a Termoli non verrà realizzata. Il piano industriale del gruppo non prevede alcuna garanzia sulla quantità di auto prodotte in Italia, lasciando il futuro del comparto in un limbo preoccupante.
Elkann ha sottolineato le difficoltà del settore automobilistico europeo, colpito da una transizione ecologica imposta dall’UE senza un’adeguata strategia industriale. Ha evidenziato la frammentazione e la crisi del mercato: mentre in alcuni Paesi, come Belgio, Svezia e Olanda, le vendite di auto elettriche superano il 30%, in Italia si fermano a un misero 4%. Naturalmente, nessun accenno ai miliardi di aiuti ricevuti nel tempo da Fiat, Fca e oggi Stellantis.
Dal 2000 a oggi, Stellantis ha incassato quasi 19 miliardi di euro dallo Stato italiano tra incentivi, prestiti garantiti, cassa integrazione e contributi agli investimenti. Eppure, nonostante questi aiuti, l’occupazione nel settore è crollata: tra il 2021 e il 2023 si sono persi 10.000 posti di lavoro. Un dato che contrasta con i 16,4 miliardi di euro di dividendi distribuiti agli azionisti, di cui 2,7 miliardi finiti nelle casse della holding della famiglia Agnelli.
Elkann ha poi evidenziato i rischi legati ai dazi UE sulle auto cinesi, avvertendo che tali misure avranno “un impatto sulla nostra produzione in Italia e in Europa”. Un problema reale, che però non cambia il quadro complessivo: Stellantis continua a spostare la produzione fuori dall’Italia, come dimostrano i casi della Fiat Topolino e della 600, prodotte rispettivamente in Marocco e Polonia.
Durante l’audizione, Elkann ha affrontato anche il tema dell’industria bellica, sostenendo che “non c’è una scelta tra industria bellica e industria dell’auto”, perché le due realtà possono coesistere senza entrare in conflitto. Ha poi criticato la rigidità delle norme europee sulla decarbonizzazione, giudicandole responsabili della frammentazione e della scarsa competitività del mercato. Ha citato le recenti modifiche al regolamento sulla CO2, che posticipano gli oneri per i costruttori senza però offrire una soluzione strutturale al problema.
Al di là delle dichiarazioni di circostanza, l’intervento di Elkann non ha fornito risposte chiare sul futuro dell’auto italiana. Ha ribadito che “senza Stellantis l’Italia non avrebbe un’industria automobilistica”, ma ha evitato di affrontare questioni cruciali, come il destino di Maserati e della gigafactory di Termoli.
Un’audizione che ha messo in luce, ancora una volta, la fragilità della politica italiana di fronte alla famiglia Agnelli. La destra, consapevole che l’Italia non ha un vero piano alternativo per il settore automobilistico, sta cercando di ricucire un rapporto deteriorato con Stellantis. Dopo anni di tensioni, culminate negli scontri tra il governo Meloni e l’ex CEO Carlos Tavares, l’obiettivo è ora mantenere un canale di dialogo con Elkann, nella speranza di ottenere qualche garanzia in più sul fronte occupazionale. Dall’altro lato, la sinistra, che dovrebbe avere, per questioni storiche, a cuore il destino della classe operaia, non è riuscita a porre critiche incisive, frenata anche dall’influenza editoriale della famiglia Agnelli.
Il risultato? Un Parlamento che ha ascoltato senza incalzare davvero, confermando la debolezza della politica italiana di fronte al potere dinastico.
Le domande che nessuno ha posto, né a destra né a sinistra, restano sul tavolo:
Perché Stellantis continua a spostare la produzione fuori dall’Italia nonostante gli ingenti aiuti pubblici?
Qual è il reale impegno del gruppo sul territorio nazionale, al di là delle dichiarazioni di principio?
Perché il governo italiano non impone vincoli più stringenti in cambio del sostegno economico?
E soprattutto, fino a quando la politica italiana continuerà ad avere questo timore reverenziale verso uno dei gruppi che più ha beneficiato di fondi pubblici?






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