L’era dell’esportazione della democrazia è finita, ma c’è poco da brindare

Se ne sarebbero dovuti andare quasi in diecimila (solo 300 unità confermate), licenziati senza tanti complimenti. Ma per ora il programma di riduzione del personale federale voluto da Donald Trump ed Elon Musk è stato bloccato dal tribunale del Massachussets. Al centro della controversia c’è il grande piano di riorganizzazione delle agenzie federali, ed in particolare una di queste: l’ USAID, l’agenzia per lo sviluppo internazionale, che dagli anni ’60 è stata uno degli strumenti più efficaci della proiezione di potenza americana nel mondo. Operava infatti in svariati Paesi del globo con un budget di circa 40 miliardi l’anno, cifra che può sembrare enorme, ma che corrisponde a meno del 1% del bilancio federale americano.

Trump e Musk, spalleggiati dal segretario di Stato Marco Rubio, definiscono USAID “un’organizzazione criminale”, un coacervo di corrotti che sperperano miliardi in progetti inutili o, peggio, contrari all’America di “Make America Great Again”.

Fa sorridere che gli stessi repubblicani, solo qualche anno fa, durante la prima amministrazione Trump, abbiano benedetto e finanziato la stessa agenzia, che all’epoca faceva comodo per spingere l’iniziativa di Ivanka Trump sull’empowerment femminile. Ora la narrazione è cambiata: si taglia per dare un segnale all’elettorato più radicale, per ridisegnare l’apparato statale a immagine e somiglianza dell’agenda “MAGA”.

Un atto rivoluzionario? Una svolta anti-imperialista? Macché. È solo il solito riflesso trumpiano: meno soldi alla macchina federale, meno ingerenze globaliste, più muscoli nazionalisti.

Eppure, questa decisione, che tanti critici dell’America in Europa avrebbero accolto con giubilo in passato, oggi suona sinistra. Perché, con gli Stati Uniti che si ritirano, il vuoto non resta tale: ci pensano la Cina e la Russia, con metodi ben diversi da quelli di Washington.

Per decenni in Europa si è criticata l’America per la sua politica di “esportazione della democrazia”. Da destra e da sinistra, si attaccava Washington per il suo interventismo, per il sostegno a rivoluzioni colorate, per il finanziamento di ONG e media indipendenti. Il leitmotiv era sempre lo stesso: gli USA non si facevano davvero paladini dei diritti umani, ma usavano questi strumenti per difendere i propri interessi geopolitici. Nulla di falso, certo. Ma ora che Trump spegne le luci su USAID, nessuno in Europa sembra brindare. Forse perché ci si rende conto, seppur in ritardo, che non si trattava solo di manipolazione. Dietro quei fondi c’era anche la speranza di controbilanciare potenze autoritarie, di dare fiato a voci alternative nei regimi illiberali. Ma ora quel vuoto lo riempiranno proprio loro.

La Cina, con la sua Belt and Road Initiative, ha già investito oltre 150 miliardi di dollari in Africa, costruendo infrastrutture, porti, ferrovie, centrali elettriche. Ma non è solo una questione economica: Pechino esporta anche il suo modello, fatto di controllo sociale, censura e repressione politica. La Russia, dal canto suo, non costruisce ponti, ma invia mercenari. Il gruppo Wagner, prima di implodere nella sua guerra intestina, ha operato in Africa come longa manus del Cremlino, offrendo sicurezza ai regimi locali in cambio di risorse naturali. Ora Mosca sta riorganizzando il proprio apparato paramilitare, e le giunte militari africane guardano sempre più a est per garantirsi la sopravvivenza.

Ma attenzione: la chiusura di USAID non significa la fine del soft power americano. Significa che verrà rimodellato, probabilmente riportandolo sotto il controllo stretto del Dipartimento di Stato. Un’operazione di centralizzazione, più che di smantellamento, volta sicuramente a ridimensionare l’appoggio americano a tante cause in giro per il mondo.

L’idea che gli Stati Uniti possano ritirarsi dal gioco della competizione globale infatti è un’illusione, di cui anche Trump e Musk sono consci. L’America può anche decidere di non finanziare più progetti per la libertà di stampa in Bielorussia o per l’empowerment femminile in Etiopia, ma ciò non fermerà le altre potenze dall’espandere la propria influenza. Il problema è che, senza USAID, gli strumenti a disposizione di Washington per promuovere i propri interessi diventano sempre più militari e sempre meno diplomatici. E questo, nel lungo periodo, rischia di costare molto più caro.

Anche l’ultima relazione del Copasir evidenzia chiaramente come la crescente influenza di Russia e Cina nei territori un tempo destinatari dei fondi USAID stia ridefinendo gli equilibri globali.

Liz Cheney, figlia dell’ex vice di Bush Dick Cheney, più volte eletta tra le fila dei repubblicani, ma poi cacciata dallo stesso per divergenze aspre con Trump, lo ha detto chiaramente: “USAID ha fatto vincere agli USA la guerra fredda”. Ma ora che quell’arma viene deposta, chi vincerà la prossima guerra?

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