Il monito di Draghi e quel vecchio presagio della Thatcher

Il 20 settembre 1988, nel suo celebre discorso di Bruges, Margaret Thatcher avvertiva con lucidità: “Noi non abbiamo sconfitto lo statalismo in patria per vederlo reintrodotto a livello europeo.” La Lady di Ferro temeva un’Unione dominata dalla burocrazia, priva di slancio economico e incapace di reagire alle sfide del mondo moderno. Oggi, quelle paure sono diventate realtà.

Circa 37 anni dopo, Mario Draghi ha tenuto un discorso davanti al Parlamento europeo, che suona come una profezia tragicamente avverata: “Dite no al debito pubblico comune, dite no al mercato unico, dite no alla creazione dell’unione dei capitali: non si può dire di no a tutto. Altrimenti bisogna essere coerenti e ammettere di non essere in grado di realizzare i valori fondamentali per cui questa Unione Europea è stata creata.”

L’ex premier italiano non ha usato mezzi termini: “L’economia europea ristagna mentre gran parte del mondo cresce.” La Cina accelera sull’innovazione, gli Stati Uniti attirano aziende con una tassazione favorevole, mentre l’Europa resta impantanata in regolamentazioni asfissianti e divisioni interne. Thatcher lo aveva detto chiaramente: “Le economie non crescono per direttive di Bruxelles, ma per il libero mercato.” Eppure, l’UE ha imboccato la strada opposta, soffocando la competitività con vincoli burocratici sempre più rigidi.

L’Europa non ha una strategia comune sulla difesa. Draghi lo ha ammesso con preoccupazione: “Possiamo aspettarci di essere lasciati in gran parte soli a garantire la sicurezza in Ucraina e nella stessa Europa.” Ma chi garantirà quella sicurezza? Gli Stati Uniti si stanno ritirando, lasciando l’UE a gestire una guerra che non è pronta ad affrontare. La NATO resta un ombrello indispensabile, come Thatcher aveva sottolineato: “Una difesa efficace può essere costruita solo sul solido fondamento della NATO.” Ma ora che lo Zio Sam tira i remi in barca, gli alleati del Patto Atlantico si accorgono di non avere gli strumenti di forza e deterrenza militare necessari per avere credibilità geopolitica.

Ma non si tratta solo di declino economico e strategico. L’Europa ha anche tradito i suoi stessi principi, o perlomeno alcuni suoi membri lo hanno fatto, nel silenzio più o meno generale degli altri.

La Polonia ha stravolto l’indipendenza della magistratura, trasformandola in uno strumento del governo. Idem l’Ungheria di Orbán, che ha soffocato il pluralismo, minando la libertà di stampa e l’opposizione politica. In Romania sono state annullate elezioni democratiche per una non ancora chiara interferenza russa sui social network durante la campagna elettorale.

L’UE, invece di reagire con fermezza, ha sempre lasciato correre, rendendo la democrazia un concetto sempre più relativo. Draghi ha ammonito: “L’Unione Europea non può sopravvivere se dimentica i principi su cui è stata fondata.” Ma è proprio quello che sta accadendo.

Oggi l’Europa si trova di fronte a una scelta cruciale: rinascere o sprofondare. Draghi lo ha ribadito, sottolineando tuttavia la necessità di una sintesi tra gli interessi dei vari membri: “Non è il momento di enfatizzare le differenze, ma di agire come un unico Stato. La risposta deve essere rapida, perché il tempo non è dalla nostra parte, con l’economia europea che ristagna mentre gran parte del mondo cresce.”

L’Europa come Stato unico era sicuramente un concetto che avrebbe fatto storcere il naso anche alla stessa Thatcher, già ai suoi tempi molto chiara a riguardo: “L’Europa non deve essere costruita con la distruzione delle nazioni europee.” Ma oggi appare evidente che gli interessi delle singole nazioni, anche quelle che predicano il sovranismo più intransigente, sono strettamente legati al destino del continente nel suo complesso. Senza una vera rifondazione, senza una leadership forte, l’Unione rischia di sgretolarsi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, e con essa gli Stati che la compongono. Il tempo per le parole è finito. È giunto il momento di agire, di “ fare qualcosa”.

Lascia un commento